SOTTO IL LAMPIONE

DICEMBRE 2025 - TATTO

L’età dell’innocenza, ph. Nicola Bertellotti – Courtesy dell’artista.

Da che ho memoria cito un proverbio che nessuno capisce: “i soldi si contano sotto al lampione”. L’immagine che evoca è che stai giocando a poker, ed è notte, e la partita sta andando benissimo o forse malissimo, e per lenire l’ansia sei tentato, appunto, di contare le fiches che hai davanti; ma qualunque conteggio tu possa fare non potrà che essere temporaneo, non farà che rinforzare l’ansia che cerchi di placare. L’unico conto che ha senso fare potrai farlo solo più tardi, a partita terminata, nella bolla di luce calda del lampione che vedi fuori dalla finestra quando distogli lo sguardo dal panno verde, bolla di luce che per effetto scenico vorrei immaginare solcata da pigri, pesanti fiocchi di neve. 

Con gli anni ho capito che non è davvero un proverbio. Nessuno lo riconosce. Su Google non dà risultati. Era una cosa che diceva spesso mio nonno, che in gioventù ha giocato molto e ricevuto poche buone notizie sotto quel lampione. Ma forse dovrebbe esserlo, un proverbio: ne ha la struttura aforistica, la capacità di catturare in un’immagine molto specifica (come la pelle dell’orso, come i piccioni e le fave) un senso universale. Questo senso ha a che fare col successo e col fallimento.

Canonicamente vediamo il fallimento in due modi opposti. Uno è, appunto, come fallimento: qualcosa di negativo, il destino di chi soffre di impreparazione o di mancanza di grinta e talento o forse anche solo di sfortuna, una sfortuna che però lascia una traccia di infamia su chi la subisce. 

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“i soldi si contano sotto al lampione”
“i soldi si contano sotto al lampione”

Negli ultimi decenni un nuovo tipo di ottimismo della volontà, californiano come le startup e gli enormi disastri naturali, ha provato a ribaltare questa prospettiva, fondando una cultura dell’imprenditorialità secondo cui i fallimenti non sono che passaggi necessari per il successo. È la versione aggiornata del vangelo della prosperità, con le agiografie dei suoi santi – quello col dolcevita nero, quello coi ricci e la passione della lotta libera – e i suoi motti sapienziali: il più noto, proprio sul fallimento, è stato tristemente cannibalizzato da Samuel Beckett. Da questo punto di vista, ogni fallimento sarebbe una medaglia di cui andar fieri come di una ferita di guerra, perché è prova di ostinazione e resilienza. Se nella visione precedente era una condanna – e cioè, un fallimento passato determinava i fallimenti futuri – qui la probabilità si ribalta. Ogni fallimento passato è un’esperienza che riduce la probabilità che si ripeta in futuro: la persona più qualificata per il successo è quindi quella con la più lunga lista di fallimenti alle spalle.

di Vincenzo Latronico