LA CASA DEGLI EQUI

Dove condivisione, architettura, arte e soddisfazione personale si incontrano

APRILE 2024 - TALKS

Image © Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade

“C'è una componente voyeuristica: tu sei lì che racconti l’evoluzione del tuo percorso progettuale e loro vorrebbero aprire il frigo per vedere cosa c’è dentro o l’armadio per spiare un po’.”

Carla Arrabito

Carla Arrabito è una brillante architetta. Da anni lavora a Roma, impegnata su progetti di diversa scala in Italia e all’estero, vivendo l’architettura non solo come un lavoro, ma anche come un mezzo di espressione personale. Un’espressione che non è così scontato poter soddisfare: spesso i progetti portati avanti nell’esercizio quotidiano della professione sono curati a più mani, com’è normale che sia. E quindi la possibilità di esprimere completamente la propria visione e il proprio estro si rivela spesso una chimera.

 

Non è così nel caso di Casa degli Equi progetto che porta la firma di Carla e che l’architetta racconta in esclusiva a The MRV Magazine, alla vigilia della sua seconda partecipazione a Open House Roma (dal 6 al 14 aprile).

Esprimere il proprio estro si rivela spesso una chimera Esprimere il proprio estro si rivela spesso una chimera
Esprimere il proprio estro si rivela spesso una chimera Esprimere il proprio estro si rivela spesso una chimera

«Che cos’è per me Open House? Un punto di arrivo di un percorso di soddisfazione personale, perché per me è la dimostrazione di un progetto riuscito e la possibilità di farlo vedere agli altri, di mostrare il mio mondo. Progetto in senso ampio, perché è una casa che sono riuscita a comprare, da sola, sulla quale ho potuto disegnare il progetto che volevo, realizzandolo con le imprese e gli artigiani di cui mi fido e con cui mi piace lavorare. Sono una cliente abbastanza difficile, ma mi sono saputa destreggiare con me stessa, con le mie indecisioni ma anche manie di perfezionismo, ottenendo un risultato che mi soddisfa, nei tempi stretti che mi ero prefissata, con il budget contenuto che gli avevo destinato.

L’obiettivo iniziale era fare un investimento che potesse fruttare in un tempo tutto sommato limitato e infatti, da quando è stata terminata, casa degli Equi è vissuta da una giovane medico – che poi anche lei, era proprio l’inquilina che volevo! – così questo appartamento l’ho cercato, trovato, comprato, l’ho progettato e ristrutturato facendolo diventare casa degli Equi, l’ho messo a reddito e, nel frattempo, ci faccio anche Open House! Sono contenta, mi posso dire brava?

 

Quindi Open House, per me, è in primo luogo una dose di autostima. E poi è anche un po’ una voce che mi fa i complimenti all’orecchio perché, anche quest’anno, come nella scorsa edizione di Open House Roma, con grande sorpresa, poco dopo l’apertura delle prenotazioni, ho visto che le visite erano al completo. È una casa piccola, non è lussuosa, non è in pieno centro… Constatare che la gente ha interesse a vedere una cosa fatta da me è un grande complimento, che mi fa bene.

Opere di Barbara Oizmud e Abel Bael- Ph ©Barbara Oizmud

Veniamo poi al secondo elemento. Open House è un evento che nasce da un gruppo di architetti e celebra l’architettura e il design, ma non è un evento destinato ai soli addetti ai lavori, è un evento per tutti. E questa è la sua caratteristica più bella: in tanti ne approfittano per uscire di casa – non a caso è organizzato a primavera – e vedere posti che generalmente sono loro preclusi. Secondo me però quello che attira di più è che Open House offre la possibilità di entrare nelle case degli altri. In primo luogo, perché i visitatori sono curiosi – tu sei lì che racconti l’evoluzione del tuo percorso progettuale e loro vorrebbero aprire il frigo per vedere cosa c’è dentro o l’armadio per spiare un po’. Quindi c’è tutta questa componente voyeuristica, questa curiosità che finalmente può essere soddisfatta. Poi, dal momento che molti hanno una casa da ristrutturare o un ambiente da ammodernare, una camera a cui cambiare look o un bagno da rifare, spesso sono alla ricerca di spunti, soluzioni, e Open House offre un modo per carpire qualche idea che faccia al caso loro.

Image © Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade

Altro aspetto che mi piace di questo evento è la possibilità di fare qualcosa con persone che stimo, mi piace potermi confrontare, chiedere consigli, ascoltarli, mettere in circolo le idee e farlo con le persone a cui voglio bene. Quindi quest’anno ho voluto condividere Open House con Valeria Aretusi, collega architetta e amica, cofondatrice di Uovo alla Pop, galleria di street art di Livorno. Non mi limito ad ospitare un pop up cittadino della galleria all’interno di casa degli Equi – che poi, con l’arte urbana ha una stretta parentela, essendo all’interno di un palazzo con la facciata dipinta da Guerrilla Spam  – ma mi spingo più in là, con l’allestimento delle opere curato da Valeria, coinvolgendo artisti che ci piacciono, che hanno abbracciato il progetto e in questa occasione vi prendono parte insieme a noi. Le opere in mostra, tutte diverse per tipologia, sono pensate e allestite CON gli artisti: c’è l’opera grafica – forse quella più architettonica – firmata da Abel Bael, che è una rappresentazione del Teatro Marcello, realizzata con uno dei colori identificativi di casa degli Equi, il verde salvia; quella fotografica di Barbara Oizmud, in cui figure umane sembrano diventare elementi architettonici; quella pittorica di Chiara Anaclio, che racconta il sogno e il gioco di cosa fare da grande, e infine ci sono delle poesie d’amore scritte da Be Purple, di cui una appositamente per l’occasione.

Image © Laura Fantacuzzi e Maxime Galati-Fourcade

Perciò ecco, Open House per me non è solamente un evento: è un modo per mostrare la mia visione architettonica, un biglietto da visita tridimensionale, una storia da raccontare e anche un’occasione per collaborare con amici e persone che stimo.»

di Carla Arrabito
testo raccolto da
Enrica Murru